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Tre modi per dire rumba |
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Fabio
Turchetti - Tre modi per dire rumba, Crisler 2003
I
musicisti son pescatori di note, note galleggianti sulla superficie o
appoggiate sul fondo del mare che ci suona intorno. Fra loro, c’è chi
non ammette d’aver pescato, quando lo si vede tornare con le sporte
evidenti; e c’è chi invece ti dice come e perché è andato in quel
posto a quell’ora, riempiendo le reti di quella specie. Turchetti fa
parte di questa seconda genia, e anche stavolta mette sul bancone una
pesca dal sapore chiaro prim’ancora di addentarla. Il disco scorso
(alle spalle ce ne son poi altri due) si chiamava “Pura vida”, aveva
in copertina una faccia sorridente e una chitarra gialla, e dentro ci si
ritrovavano infatti canzoni calde e leggere. Qui il titolo è “Tre
modi per dire rumba” e l’amore per i sapori ispanoamericani del
quarantenne cremonese si fa sentire ancora più programmaticamente. Tre
sono anche le strade su cui viaggiano gli elementi stranieri con cui ha
registrato questa dozzina di canzoni: una tuna di Malaga (musicisti
dilettanti), due romeni con un cymbalon, un gruppo venezuelano che fa
musica llanera. La voce allegra di Turchetti – cui continua a piacere
velocizzare la cadenza – ci accoglie così alla sua festa; coctail e
piatti han tutti un po’ lo stesso gusto, ma appunto ce lo aspettavamo,
c’era scritto sull’invito. Ballando conosciamo la donna, un po’
bambina, un po’ dea, di cui abbiamo sentito tanto parlare nelle
canzoni, ma a noi, veramente, piacciono molto di più quel paio di
zingari di cui Turchetti ci ha tinteggiato con migliori parole e
arrangiamenti più interessanti. Insomma, domattina, smaltita la
piacevole sbornia, probabilmente infileremo nel cassetto dei ricordi
solo un paio di ritmi (Terézvaros) e la fotografia di Marian
“jazzmin… vena che scorre contorta… raggio dentato che macina note
sotto di lui, si lascia lontano le cose perché non lo tocchino mai”.
Al pescatore consigliamo vivamente di virare su questa rotta. |
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Giorgia Fazzini in L’isola che non c’era, n. 31, novembre 2003 |